[5][1] DELLE LETTERE
DEL
SIGNOR GIO. CAMILLO
Maffei
LIBRO
PRIMO
All'Illustrissimo
Signor CONTE
d'ALTA VILLA
A Dolce
Armonia dell'amenissimo canto, il qual s'intende in casa di V. S.
Illustrissima, nell'hore à tale essercitio destinate; l'hà forsi parata inanzi
occasione di domandarmi della voce, e del modo che si potria tenere accioche di
passaggiare con la gorga senza maestro apparar si potesse. Ma vedendo io
dell'una, e dell'altra domanda; la risposta non meno ad isprimersi malaggevole,
che lunga à raccontarsi, sono stato di parere di dimostrare à V. S. in questa
carta piu tosto ch'à bocca, cio che ne sento. Et son certo, che quanto à chi
non intende, recara noia [6] questo mio discorso, tanto à V. S. apportarà
diletto. Il che mi si promette. si dalla bella intentione che tiene di voler
essere à gli altri soperiore, non per altro mezzo, che per il sapere, e si
anchora, per che non credo, che nella filosofia, ò nella medicina, potesse
occorrer cosa, che di questa fusse à saper piu bella, et necessaria. Poi
ch'ogni huomo parla, e volesse Iddio che si sapesse come, senza sparger le
parole al vento, che conoscendosi la voce nascere dalla imagginativa, come da
sua principale operatrice, si doverebbe molto bene imagginare à che proposito
si dicesse inanzi ch'uscisse fuora la parola. Ma lasciando questo a' filosofi
morali, dico che Platone, Democrito, Anassimandro, e gli stoici variamente
diffinorono la voce. Ma perche il vero secretario della natura Ari.[stotele] in
questa, si come in ogni altra cosa, tocco l'ultimo segno, per questo hò
deliberato (posti da parte gli atomi et altri pensieri di costoro) alla sua
dotta, e vera diffinitione appigliarmi. E dunque (dice egli ne' suoi libri
dell'anima) la voce, un suono caggio[7]nato dall'anima, per la ripercossione dell'aria
nella trachea., à fine di significare alcuna cosa. Ma volendo io questa
determinatione perfettamente dechiarare; è necessario ch'isprima molti
arteficij della natura, à sapere bellissimi, e primieramente quante cose si
richiedano à far la voce, et à qual potenza dell'anima la voce si riduce, com'à
sua principale facitrice. Il che, per voler'io con brievi e chiare parole dire,
toglio quello che lascio scritto Galeno nel suo libretto della dissettione de
gli organi della voce, cioè, ch'in tutte l'opere, ch'in questa vita si fanno, è
forza, che queste tre cose vi concorrano; il maestro, l'instromento, e la
materia, si come dicendo per essempio; Per voler fare un vase di rame, v'è
necessario l'Artefice; il qual è 'l Fabbro. V'è necessario l'instromento; il
quale è l'incudine, e lo martello; E v'è necessaria la materia; perche nè lo
maestro, nè l'instromento fariano effetto alcuno, s'il rame non vi fusse. Et
applicando questo alla voce, come del nostro ragionamento radice; dico che gli
Artefici sono, le po[8]tentie dell'anima nostra; e l'instrumento, è la Trachea
o (per più chiaramente dire) la canna della gola, e la Materia, è l'aria
(quella dico,) che da noi è chiamata spirito, o fiato. Ma perche credo che V.
S. habbia nell'animo suo pensiero di domandarmi, quante sono le potentie
dell'Anima; e da quale di quelle la voce si fa. Per questo, per dirne solo
quanto à cotal ragionare s'appartiene, gli dico, che per hora, due sono le
potentie dell'Anima, lasciando da parte tante divisioni; che da Medici, e da filosofi
si fanno; cioè, la naturale, e la sensitiva (si come nello libro delle cause,
de gli Accidenti Gale.[no] disse) Et intendo per la naturale, quella che fa
l'ufficio suo senza nostra industria, et elettione, si com'è la virtù che tira
il nodrimento, la virtù che lo ritiene, la potenza che lo diggerisce, e quella
anchora che manda fuora gli escrementi; le quali potenze, che possano senza
nostra industria operare, il sonno ci dimostra, nel quale elle per loro istesse
operano. E per la sensitiva, intendo il vedere, il gustare, l'udire, il
toc[9]care, l'imagginare, il ricordare, et altre delle quali, non è necessario
dire, si come non è necessario anchora, dire dell' anima intellettiva,
conciosia cosa ch'à questo proposito della voce non faccia. E di queste già
dette Potentie, la maggior parte, è volontaria, cioè, stà nel voler nostro di
farsi, ò nò. E volendo ridurre la voce alla sua potentia basterà per hora dire,
che sia effetto dell'Imagginativa, come di Potentia volontaria; il che ci sia
in noi medesimi palese, poi che parliamo con imagginatione d'esser' intesi, et
all'hora quando che noi vogliamo. Ma perche si richiede la ripercussion
dell'aria, come nella diffinitione habbiam veduto; per questo à far la voce, vi
è ancho necessaria la Potentia motiva del petto, dalla quale l'aria si muova.
Onde, perche prima s'imaggina quello che s'ha da dire, e poi si muov'il petto à
far la voce; si può veramente concludere, che la Potentia motiva del petto,
siano cause principali della voce. E che la Potentia motiva sola non possa [10]
far voce, la tosse ce lo dimostra, la quale fandosi senza imagginatione di
significare, quantunque vi concorra la motiva del petto, non può nè da Medici,
nè da Filosofi chiamarsi voce: et questo per hora basti, per non generar
confusione, che nel ragionar seguente, di cosi bello magistero s'havra più
chiara luce. Soccede hora ch'io dica, per qual cagione sia ad alcuni animali, e
non a tutti conceduta la voce, et in qual modo, ella si formi?[2]
E per voler questo compitamente dimostrare, è necessario dire quello ch'
Aristotele nel suo secondo libro dell' Anima; e Gal.[eno] ne' suoi volumi
dell'uso delle parti del corpo humano dissero, cioè, che tutti gli Animali che
caminano, et hanno sangue, hanno ancho il polmone, e sono caldissimi; Perche
havendo dato la natura lo polmone per cagione del core, ne siegue che dove sia
quello, si ritrovi questo. Et essendo il core principio e vase di calore, fu
necessario che gli fusse di due cose proveduto, cioè, d'alcuno rifriggerio,
acciò che non s'havesse infiammato per lo soverchio caldo, e d'alcu[11]no modo
di poter isfogare, e mandar fuora le superfluità, e fumi, ch'in esso per lo
continuo fervore del sangue si generano. Onde furon fatti duo contrarij
movimenti; l'ispiratione dico, e l'espiratione cioè (per dir più chiaro)
l'allargare, e lo stringer del petto, à l'uno, et à l'altro effetto molto
giovevoli, Percioche per la dilatatione del petto si tira l'aere che raffredda,
e tempra la soverchia caldezza del core, e per lo stringere si manda fuora tutto
'l fumo, e tutti gli escrementi ch'ivi si trovano. E lascio di dire le varie
openioni d'Asclepiade, Prassagora, Diocle, Ephilistione, Erasistrato, e d'altri
molti sopra della caggione per la qual ci sia stato il respirar concesso, si
come lascio anchora di dire, in qual modo nodrisca gli spiriti del cerebro,
(come cosa non dico à saper non bella) ma in questa occasione forsi soverchia.
Habbiamo dunque fin' à qui veduto quanto sia lo respirar necessario à gli
animali. Ma mi potrebbe esser detto, s'il core per conservation della vita,
tien questi movimenti per qual causa lo [12] polmone gli fu messo attorno? per
questo rispondo ch'il polmone è ministro del core; et accioche s'intenda in che
cosa gli faccia servigio deve saper V. S. che s'il core havesse à tirar l'aria,
che subbito subbito arrivasse ad esso senza il mezzo del polmone, ne
seguirebbono molti, e non piccioli danni e prima, ch'essendo la respiratione
necessaria alla voce (com'hà inteso V. S. et appresso meglio intenderà) non si
potria lungo tempo continovare il ragionare; poi che per la molta necessità
c'havrebbe il core del refrigerio; bisognaria, molto spesso respirare; et
usandosi questo movimento cosi spesso, mancarebbe la voce, che già (come chiaro
si vede) quando si parla non si respira, e questo sarebbe molto incommodo al
ben vivere, poi che non potria l'huomo il suo bisogno esprimere.
Appresso
ci sarebbe vietato il sommergersi sotto acqua, per dubbio, di suffogarci, e
finalmente, se ci ritrovassimo in luogo dove fussi fumo, o polvere, non potendo
ritenere il fiato, sariamo costretti à morire. E s'alcuna volta (come spesso
accade) [13] occorresse à passar per luoghi dove fusse l'aere da la corrottione
di qualche animal venenoso, overo d'altra mala qualità infetto, bisognarebbe
per forza tirar quello, si che ne potria facilmente seguir la morte. E per
questo la madre Natura, governata dal sommo Iddio, accioche fossimo di
qualsivoglia commodità partecipi, puose intorno al cuore lo polmone, nel quale
si trattiene; e si prepara l'aere inanzi ch'entri, e nel quale anchor si
conservano quelli aerei spiriti, ch'il detto rifrigerio porgono. Onde essendo
il polmone quasi una doana; dalla quale il core il suo bisogno tira: ne siegue
che, non è necessario cosi spesso spesso, respirare, et potendosi per qualche
spatio ritenere, si tolgono tutti i sopradetti inconvenienti. Et accioche
s'havesse potuto comodamente fiatare, e formar la voce, fu aggionta al polmone
la canna, onde l'operationi del polmone sono due; delle quali, l'una cioè lo
fiatare; è necessario per la conservation della vita; e l'altra; cioè la voce,
è utile solo per più comodamente vivere; poi che gli animali, con la voce, la
loro volontà dinotano, ma non per questo non [14] potriano senza la voce
vivere. E se V. S. mi dicesse, poi che del core, del polmone, della canna, e
del fiatare tanto detto m'havete: dite un poco, in qual modo la voce si fa?[3]
Io gli risponderei, ch'à far la voce si richiede la ripercussione dell'aere, si
come nella diffinitione è stato detto, et accioche questa fatta si fosse, fu
necessario nel capo della canna fare molte cartilaggini, molti nervi, e molti
moscoli, accioche le cartilaggini hora chiuse, et hora aperte da i nervi, e
moscoli, facciano i due già detti effetti, cioè, tirino l'aere al core, e
formino la voce, Et accioch'io, e V. S. rimanga sodisfatta, resti contenta
udire come. Il capo de la canna è composto di tre cartilaggini, delle quali la
più grande à guisa di scudo à noi si mostra: et è quel nodo, che nella gola di
ciascun'huomo si vede, la qual'essendo fatta per difesa di quello luogo cosi
dura, e simile allo scudo, si fa chiamare scudiforme, E nella capacità di
questa se ne contiene un'altra, fatta per maggior difesa, se pure la prima non
bastasse, e questa è senza nome. E dentro di [15] questa, cioè nel mezzo di
quello luogo. ve n'è un'altra chiamata cimbalare, fatta à similitudine e guisa
della lingua della sampogna, et in questa si fa la ripercussion dell'aere, e la
voce. E non già come disse Homero nella testa, in quel verso Clamorem emisit
quantum caput huic capiebat. E perche bisognava il movimento per potere ò
stringere, ò allargare le dette cartilaggini secondo il necessario fosse, Fè la
Natura, che da quei nervi i quali dal sesto pare discendono allo stomaco,
nascesse un ramo, il quale con i suoi moscoli accompagnato, loro porgesse il
detto movimento. E tali nervi, si fanno chiamare riversivi, poi che dallo
stomaco alle dette cartilaggini ritornano. Et è il mover loro tanto volontario,
che se ne serve il cerebro in quel medesimo modo, ch'il cavaliere della briglia
del cavallo. Ma per esser questa cosa alquanto difficile, et oscura, non vò che
mi rincresca con uno, à questo proposito, molto convenevole essempio
dichiararla. Si come nella sampogna si veggono tre cose, cioè l'otre d'aria,
e'l braccio [16] che preme l'otre, e la canna della sampogna. aggiongendovi per
quarta, la lingua della sampogna, laqual si tiene in bocca, con le dita delle
mani per potere hora chiudere, et hor aprire i buchi, secondo il suono
richiede; cosi anchora nella voce queste simili cose si conoscono; percioche,
la concavità del petto, e del polmone dove l'aere si richiude; è simile
all'otre. Et i moscoli ch'il petto muovono, si somigliano al braccio, e la
canna del polmone, si può senza dubbio veruno, uguagliar' alla sampogna; e la
cartilagine detta cimbalare, veramente si puo dire che sia lingua et i nervi, e
moscoli à quali hora chiudere, et hora aprire appartiene, fanno ufficio de'
diti. Et applicando più strettamente questo essempio; dico che si come rimbomba
il suono nella concavità larga della sampogna per l'aere, il quale da l'otre
alla lingua si manda, e da' diti ch'a' buchi soprastanno si ripercuote, e si
modera. secondo à chi suona, piace; cosi la voce risuona nel palato, per l'aere
il quale dal petto fin' alla gola si spinge, e si ripercuote, e rifrange dalla
fistola cimbalare, e [17] de' nervi, e moscoli dilatandosi, e costringendosi
secondo vuole chi la voce fà. Dunque mi dirà V. S. la lingua, i denti, e le
labbia non sono alla voce necessarij? Rispondo, che la voce è molto differente
da gli articolati ragionari, perche la voce isprime solamente le vocali; cioè.
o, i, u, e, a, et à far questo non si richiede altro, che le sopradette cose.
Ma il ragionare alqual' appartiene, congiungendo le vocali, con le consonanti,
snodar le sillabe (poniam per caso) tù, ba, se, non, e con le sillabe le
parole, richiede altre circostanze. La onde non potendosi questo effetto fare
senza l'aiuto della lingua, denti, e palato come chiaro si vede, ne siegue, che
tali membri non sono, se non à gli articolati ragionamenti necessarij. E quand'
alcuno mi dicesse. Poi che la materia della voce è l'aria, che vuol dire, che
non sempre quand'esce fuora l'aria co 'l fiato, si fa la voce? Gli direi, che
la materia della voce generalmente parlando (per dir come Galeno dice) è,
l'espiratione; ma piu propriamente dicendo, è l'espiratione molto copiosa se
con [18] violenza mandata fuora. Conciosia cosa che richiedendosi à far la
voce, la ripercussione dell'aria, bisogna che con furia eschi fuora, il che quando
naturalmente si rifiata, non si fa. Ma saria hoggi mai tempo di far ritorno
alla diffinition d'Aristotele, dopò haver tocco quanto per dichiaratione era
necessario. Fù dunque ella in questo modo. la voce è un suono caggionato
dall'anima per la ripercussione dell'aere, fatta nella gola, con intentione di
significar' alcuna cosa. Dove si pone il suono in luogo di genere; percioche,
s'ogni voce è suono, non ogni suono è voce; si come il suono delle campane ci
dimostra, e tutto l'altro che siegue, si mette in luogo di differenza, perche
dicendosi, caggionato dall'anima, si fa differente la voce da quei suoni, i
quali dall'anima non si caggionano, e s'ha da intendere per l'anima (com'ho
detto) principalmente l'imagginativa, et appresso la motiva del petto. E dicendosi
che sia caggionato per la ripercussione dell'aria nella gola si fa differente
la voce da quei suoni, i quali quan[19]tunque si caggionino dalla ripercussione
dell'aria, nondimeno, non si fanno nella gola. E dicendosi ultimamente, con
intentione di significar' alcuna cosa, si fa differente da quelle ripercussioni
che nella gola si fanno, senza significar, disegno, come nella tosse chiaro si
vede Mi sovviene (dirà V. S.) di domandarvi, à quai animali è conceduta la
voce? Gli rispondo brevemente, che la voce, è conceduta solo à gli animali
c'hanno la gola, e lo polmone. Onde le mosche, grilli, cicale, farfalle, et
ogni altro animale insetto, per non haver gola, sono privi di voce. E quello
romore ò susurro che fanno quando volano; non è voce; ma suono fatto dall'ali
che percuotono l'aere. E per la medesima ragione, sono privi di voce, i pesci;
i quali per non haver' il polmone, non solo non hanno voce, ma anchora non
rifiatano, et in questo mi perdoni Plinio. Non parlo hora del Delfino, del
Balena, del Cane, e di molti altri pesci, i quali hanno il polmone, e rifiatano
fuora però dell'acqua. Et accioche V. S. con questa risposta [20] rimanga
compitamente sodisfatta, deve saper che la voce, et il suono, e lo ragionare,
sono tre cose molto differenti, come Aristotele, ne' suoi libri della
gene.[razione] degli animali, dice. Et ecco qui la differenza. La voce è
differentiata dal suono, perche, à far la voce si richiede la gola; laquale à
far'il suono non è necessaria, è ancho differente dal ragionare, perche à far
la voce, basta la gola, ma al ragionare, non solo è necessaria la gola, ma
anchora le labbra, la lingua, i denti, e lo palato senza difetto alcuno; perche
altrimente non potriano isprimere le parole; Onde s'alcuni animali hanno voce,
e non ragionano; non è per altro, se non perche non hanno questi membri, ò se
pure gli tengono, non sono à cio proportionati, Si che fù solamente all'huomo
conceduto il ragionare, poi che tutti i detti membri con ogni proportione
furono concessi à lui. E si V. S. mi domandasse se si ritrova alcuno de gli
animali (non dico l'huomo à cui è cosa propria il ragionare) che sia di cio
partecipe? Risponderei quello ch'Aristotele ne dice, cioè che [21] tutti quelli
c'hanno quattro piedi, è stato negato il ragionare, e solo ad alcuno de gli
uccelli fu dalla natura conceduto à quelli dico, che tengono la lingua
mezzanamente larga, e sottile, come si vede ne'chiamati Pappagalli, e come
anchora le Piche chiaramente mostrano. Ma mi direbbono i musici, poi che nella
voce tanta diversità si vede, conciosia che grandi, e piccole, aspre e dolci,
et acute e gravi, da la natura si producono, e con l'arte ancho si fingono,
dite di gratia, qual sia di questa diversità la cagione? Onde volendo non meno
ad essi, ch'à V. S. la causa rendere; brevemente quanto da Aristotele, e
Gal.[eno] se ne vede scritto, ne dirò. Sono dunque le differenze della voce
(com'à Galeno piace ne' suoi libbri dell'arte medicinale) tre; cioè grande, e
piccola, aspra, e lene, Grave et acuta; e similmente ne fù da Aristotele ne'
suoi libbri della generatione de gli animali, scritto, quantunque un'altra
ven'aggionga, cioè la riggida, e la flessibile, intendendo per quella,
l'insoave (son costretto per mancamento di propria voce, cosi chiamarla). [22]
E per questa, la soave. E benche si potrebbe questa quarta differenza, alla
seconda ridurre, nondimeno ancho di lei allungo si dirà. Queste, sono dunque le
spetie naturali della voce; e s'alcun'altra se ne trovasse, come la roca,
gracile, crassa et altre, si ponno facilmente ad alcuna di queste quattro
ridurre. Nè voglio della voce chiamata negra ragionare, essendo cosi per
metafora detta. E cominciando da la piccola, e grande, fà di mistiero ch'io
ricorra à quello che nello principio di questo discorso è stato detto, cioè,
che tre cose concorrono à far la voce; si come ad ogni altra humana operatione;
le quali sono, la materia, lo maestro, e l'istromento, intendendo per il
maestro le potentie dell'anima, cioè l'imaginativa, e motiva del petto; e per
la materia, l'aere; e per l'istromento la canna del polmone. Onde quando
l'istromento è largo, e l'aere è molto, e similmente le potentie dell'anima
sono gagliarde; viene conseguentemente la voce à farsi grande; Conciosia cosa
che la molta espiratione fa grande ripercussione [23] nella canna, dallaquale
nasce poi la grandezza della voce si come si vede chiaro nelle trombe grandi,
dov'è necessario molto fiato, e forza. E s'è vera la regola, che l'un contrario
per l'altro si conosce ne può da questa nascere la causa della voce piccola, percioche
dove si trova la canna stretta, e picciola, et aer poco, e poca anchora forza,
fa di mistiere che piccola voce si faccia. E questo detto sia per coloro a'
quali dalla natura è stata conceduta ò l'una, ò l'altra. Che se volesse l'huomo
di grande fingerla picciola, overo di picciola farla grande; potrebbe secondo
l'aggiongere ò mancar delle dette cose à modo suo farlo. Ma perche intorno alla
voce grave, et acuta, m'occorrono molte cose à dire; a quella me ne passo. E
dico; che anchora che la voce grave, et acuta sia differente dalla grande e
piccola non è per questo, che non possano elle stare insieme; che molte volte
accade, ch'una medesima voce è grande, e grave, grande, et acuta, grave, e
picciola, acuta, e picciola. E non entrando nelle varie openio[24]ni de gli
antichi sopra questo, ma solo alla pura verità venendo in compagnia del mio
Aristotele, veramente secretario della Natura. Dico che la voce grande si
caggiona dal tardo movimento dell'aere nella canna, si come l'acuta dal veloce,
che già chiaro si vede che per la velocità, questa assai piu che quella si
sente e penetra. E volendo di questo tardo, e veloce movimento raggionare, dico
che due cause à cio concorrono. La prima è l'aere, come cosa mossa dall'anima.
La seconda, è la detta anima, come causa movente dell'aere, et hanno queste due
cause tra loro questa proportione, e corrispondenza, che quando l'aere mosso
avanza e resiste alla potentia movente, si fa il movimento dell'aere tardo, e
conseguentemente è necessario; che si faccia la voce grave. E quando per
contrario, la forza dell'anima avanza e supere l'aere, di modo che velocemente
lo spinge, e muove, è necessario che si faccia la voce acuta. E di qui può
nascere la ragione, perche i fanciulli, e le fanciulle hanno la voce picciola,
et acuta; concio sia cosa, che essendo [25] piccola la canna, è necessario che
l'aere ch'in essa si contiene sia poco; onde dalla potentia dell'anima
velocemente movendosi, fa la voce acuta, e picciola. E quando V. S. mi dicesse,
che se la detta ragione fusse vera, ne seguirebbe, che tutti gli animali che
sono nati di poco tempo, havrebbono la voce acuta. Ma chiaramente si vede
(oltre ch'Aristotele lo dice) ch'i vitelli, e le vacche, hanno la voce grave, e
non acuta. lo gli risponderei quello medesimo dicendogli che dal medesimo
Filosofo ne fù scritto, cioè ch'i vitelli, e le vacche hanno la canna più
d'ogni altro animale grande e larga. Onde l'aere ch'in essa si contiene,
bisogna che sia molto, et hanno anchora le forze del petto assai deboli; Il che
avviene a' vitelli per caggione dell'età, nella quale non è troppo vigore, et
alle vacche per cagione del sesso da perse debbole, e fioco. E cosi stando
nella medesima ragione si conclude, poi che per le dette cause l'aere
tardamente si muove, che questa, et ogni altra sorte di simili animali, faccia
la voce grave. [26] E se più oltre considerando mi domandasse V. S. per qual
cagione, i detti animali mutano la voce; di grave in acuta, quando sono all'età
perfetta (conditione à tutti gli altri contraria) pervenuti? Gli direi che
quando sono più entrati ne gli anni acquistano molto vigore, per caggion del
quale l'aere, per molto che sia, viene ad esser velocemente mosso. Onde risulta
poi la voce acuta. E questo sopra il grave, et acuto detto sia; per quanto
dalla natura si concede. Che se volesse alcuno à suo modo fingerlo, si come
havendo di natura il basso, e per mancamento di soprano fingesse la voce,
chiamata falsetto, potria con fare il movimento dell'aere piu veloce, à posta
sua farlo. E questo modo di fingere la voce fu solo à l'huomo conceduto,
massimamente quando egli ragionando desidera persuadere, e movere, et isprimere
il voler suo. E se volesse V. S. sapere quale di queste voci è più perfetta, et
à cavaliere più condecente? gli direi, la grave; dicendomi Aristotele, che la
perfettione della voce, e di qualsivoglia altra cosa, consiste nel [27]
soperare, et eccedere. Onde poi che la voce grave eccede, e sopera, e tutte
l'altre abbraccia, si deve più' perfetta, più nobile, e più generosa riputare.
Hora
ragiono della voce aspra, e lene, e per non annoiar V. S. con brevità gli dico,
che l'una, e l'altra di queste, si caggiona dall'interna soperficie della
canna; percioche essendo la soperficie equale, e nello suo perfetto, e proprio
temperamento, fa la voce lene, et equale, e se per qualche humore ch'in essa
invescato fusse, o vero per mancamento di quello; si fusse dal suo temperamento
partita, si farebbe la voce roca, aspra, et inequale. Resta che della voce
detta da Aristotele riggida, e flessibile io ragioni, le quali parole, o
termini sono latini, et anchora che propria voce nella lingua Toscana non
habbiano; tuttavia per maggior chiarezza, per la voce flessibile, s'hà da
intendere (per cosi dire) voce pieghevole; cioè che con dolcezza si varia in
tal maniera, che l'orecchia rimanga sodisfatta. E per la riggida si deve
intendere, la dura ch'in modo alcuno piegar non [28] si può. Onde l'orecchia in
udirla si conturba. Potrebbono alcuni ridurre questa sorte di voce, all'aspra,
e lene, pure per venir l'una dall'interna soperficie della gola, e l'altra
dalla propria materia, e sostanza della medesima gola, lasciando Galeno da
parte; il quale (forsi perche la riduce) non ne raggiona, m'accosto ad
Aristotele, dalquale di questa voce si fa mentione. Or dico dunque, che queste
voci nascono dalla propria materia della canna; et intendo per la canna tutte
le parti sopradette, che concorrono à far la voce, si che, se quella sarà
molle, fara la voce flessibile; pieghevole, e variabile. Ma se per sorte sarà
dura, farà la voce riggida, e dura. Percioche essendo duro l'istromento; non
può (come bisognaria) piegarsi; si come essendo molle, aggevolmente piegandosi,
può formare, e fingere ogni sorte di voce. E di qui nasce; che molti sono, i
quali non ponno altra voce ch'il basso cantare. E molti anchora se ne veggono
che non sono, se non ad una delle voci del conserto [29] inchinati, e quella
con grandissimo fastidio dell'orecchia, appena cantano. E per il contrario, poi
se ne trovano alcuni, ch'il basso, il tenore, et ogni altra voce, con molta
facilità cantano; e fiorendo, e diminoendo con la gorga, fanno passaggi, hora
nel basso, hora nel mezzo, et hora nell'alto, ad intendere bellissimi. Vorrei
(mi dirà forsi) hora ch'i passaggi nominati havete; che posto da parte il
vostro Aristotele, ragionaste alquanto, del modo di cantare con la gorga. Gli
dico dunque, che nè da gli antichi, nè da' moderni musici, è stato mai scritto
il modo di fare idonea, et atta la gola à passaggiar cantando. Nè sono per
questo degni di riprendimento; Percioche quelli come primi inventori, fero pur
cosa grandissima, à dare alla musica principio e questi per esser stata la cosa
non poco difficile, non l'hanno voluto (o per dir meglio) potuto isprimere. Che
(nel vero) chi vuole con la ragione in mano, render conto di ciò; fa di
mistiero che non solo Musico sia; ma anchora dottissimo medico, e filosofo. Ma
lasciando le belle pa[30]role, à chi di cicalare si diletta, e togliendo à
considerare con ogni diligenza la voce passaggiata. Dico; che tal voce; non è
altro, ch'un suono caggionato dalla minuta, et ordinata ripercussione dell'aere
nella gola, con intentione di piacere all'orecchia. Dove chiaramente si vede
ch'il suono sia genere poich'ogni voce passaggiata, è suono, ma non ogni suono,
è voce passaggiata.
E dove
chiaramente si vede anchora, che l'altre particelle stanno in luogo di
differenza, percioche dicendosi, che la voce passaggiata sia minuta et ordinata
con intentione di piacere all'orecchia, si fa differente dalla minuta voce che
si sente nel ridere, e similmente dalla tosse, laquale, quantunque sia minuta,
non è però ordinata; ne à l'orecchia piace. E si fa differente anchora da
quelle voci che con ordine, e diminutione si fingono, portando le sillabe delle
parole in bocca, si come farebbe alcuno quando dicesse (poniam per caso) Amor,
fortuna, &c. In cinque note; cioè, ut, re, mi, fa, sol. Applicando à
ciascuna nota, [31] una sillaba, perche questa voce, anchor che sia minuta, et
ordinata, e piacevole à l'orecchia, nondimeno per farsi ella con intentione di
significare alcuna cosa, cioè, per inferire il sentimento delle parole; non si
può, ne si deve chiamar voce passeggiata, la quale solamente si fa per diporto
dell'orecchia. Nè perche tante conditioni in questa diffinitione io habbia
messe, si deve dire che tal voce sia specialmente distinta dalle sopradette,
conciosia cosa che si riduce alla flessibile, poi che consistendo ella nel
sormontar di basso, in alto; e nello descender d'alto in basso, con la minuta,
et ordinata ripercussione dell'aere, non puo nascere, se non da l'istromento
pieghevole, e molle. Onde si fà chiaro à tutti, che coloro i quali dalla natura
non hanno la gola molle e pieghevole, non sono atti à far passaggi, si che ad
essi loro poco ò nulla questi miei ordini giovevoli saranno.
Or detto
dunque, che cosa sia questa voce, et à [32] quale delle sopradette voci si
riduca. Vò dire del luogo dove i passaggi si formano. Il luogo dove i passaggi
si formano, è quello istesso, nelquale si forma la voce; cioè la cartilagine
chiamata cimbalare, come habbiam veduto; la qual'hora costringendosi, et hora
dilatandosi da' sopradetti nervi; con l'ordine che V. S. più sotto intenderà,
rifrange e ripercuote tanto minutamente l'aria, che ne risulta da tutti lo
desiderato cantare. Hora vengo à parare inanzi à V. S. le regole ch'intorno al
cantar di gorga, tener si deveno.
La prima
dunque regola sia, che colui che vuole abbracciar questa virtù, debbia fuggire,
come capital nemica, l'affettatione, percioche tanto è di maggior bruttezza
nella musica, che nell' altre scientie, quanto con minor pretendimento si deve
la musica essercitare. Nè m'occorre sopra cio addurre altra ragione, che
l'isperienza istessa, laqual' ogni giorno ne veggiamo; conciosia cosa che molti
per saper cantare quattro notucce con un poco di gratia, [33] mentre cantano,
s'invaghiscono tanto di loro stessi, che i circostanti se ne fanno beffe; e
dopò haver cantato, non meno per la città, con i piedi passaggiano di quello
c'hanno con la gorga passaggiato, e vanno tanto altieri, e fumosi, che sono da
tutti più tosto schivati, che riveriti. Or fugga dunque la compiacenza di se
stesso, senza dare ad intendere che di cio faccia, o voglia far professione.
La
seconda regola è, che l'hora nella quale si deve far questo essercitio; sia la
mattina, overo quattro, ò cinque hore dopò mangiare; perche nel tempo nel quale
lo stomaco è pieno, non può la canna della gola, esser cosi forbita, e netta
come si richiede à mandar fuora la voce chiara, e serena, laquale più di
qualsivoglia altra cosa, al cantare di gorga è necesseria.
La terza
regola è, che lo luogo dove si deve far questo essercitio, sia in parte nella
quale, la solitaria Echo risponda, si come sono alcune ombrose valli, e
cavernosi sassi, ne' quali rispondendo ella a chi seco ragiona; e cantando con
chi seco canta, po[34]trà facilmente dimostrare, se buoni, ò nò i passaggi
sono, e fare di viva voce, ufficio.
La quarta
è, che non habbia à far movimento alcuno, altra parte del corpo; fuor che la
detta cartilagine cimbalare, perche se paiono brutti à noi coloro i quali
cantano di gorga crollano la testa, o tremano con le labbra, o muovono le mani,
o piedi, ci habbiamo à persuadere che noi facendo il simile, debbiamo parere
brutti à gli altri. E di questi ne veggiamo molti i quali, o per poca fatica tolta
nel principio, overo perche non si sono accorti del mal'uso, non ponno in modo
alcuno, quando cantano, star fermi, et accioche di cio sia avvertito.
La quinta
regola è, che debbia tenere uno specchio inanzi à gli occhi, accioche mirando
in esso, sia avisato di qualsivoglia accento brutto che quando canta facesse.
La sesta
è, che distenda la lingua di modo, che la punta arrivi, e tochi, le radici de'
denti di sotto.
La
settima è, che tenga la bocca aperta, e giusta, non più di quello che si tiene
quando si ragiona [35] con gli amici.
L'ottava,
che spinga appoco, appoco, con la voce il fiato, et avverta molto, che non
eschi pe'l naso, overo per lo palato, che l'uno, e l'uno, e l'altro sarebbe
error grandissimo.
La nona,
che voglia conversare con quelli, che con molta leggiadria cantano di gorga,
perch'il sentire, lascia nella memoria una certa imaggine, et idea, laquale
porge aiuto non picciolo.
La decima
è che debba fare quest' essercitio spessissime fiate, senza far com'alcuni
fanno, i quali, in una ò due volte ch'il loro intento non accapano, subbito
lasciano, e della Natura si dogliono, che non habbia loro data l'attezza, e
dispositione che se ce richiede. Onde attribuendo à lei quello, qu'alla
pigritia loro attribuir si deve, fanno (à mio giudicio) grand'errore. Si ch'io
mi rendo certissimo; ch'il discepolo ammonito da Echo nella voce, et avvisato
dallo specchio negli accenti, et aiutato dal continuo essercitio, e parimente
dal sentire coloro i quali cantano leggiadramente, acquistarà di[36]spositione
tale, che potrà facilmente, in ogni sorte di madrigali, o mottetti applicar' i
pasaggi.
Ma perche
à queste regole si richiede alcuno essempio di notole, per le quali si possa
passaggiando, acquistare la dispositione della gorga, appoco appoco; per questo
stampando le sottoscritte note, e riducendo, ad uno brevissimo ordine quanto
nelle dette regole ho già detto; dico, ch'il discepolo dopò che nell'hora che
sarà diggerito il cibo sarà condotto in alcuna risonante valle, o spelonca, o
altro luogo, e dopo anchora che tenendo uno specchio avanti à gli occhi, havrà
distesa la lingua nel modo detto, et havrà tenuta la testa salda, et ogni altra
parte del corpo; voglia con queste note spingere appoco, appoco il fiato,
portando in bocca la lettera, o, per la ragione che diro più sotto.
[40]
Queste sono le note, e sono a tal guisa composte, per dar' un facile principio
à quest'impresa; dove m'occorre dire, che non debbia in modo alcuno passare, da
un passaggio à l'altro, senza haver'il primo molto bene inteso, et apparato; et
dove m'occorre dire anchora, che s'io non ho posta chiave in questi essempi;
l'ho fatto accioche si possano cominciare in ogni nome di voce, dico, ut, re,
mi, fa, sol, la, Cosi ascendendo, come descendo, e tanto in spatio, quanto in
riga, et a tutte queste cose, aggiongo quest' altra, che quantunque, questa
quinta, e questa ottava, nelle quali tutt'i passaggi si contengono, siano cosi
variate, non dimeno si ponno tra loro mescolare, togliendo hora il principio, e
mezzo dell'un' passaggio col' fin dell'altro; et hora per il contrario. Si
porgono dunque prima le note dirette, et appresso le raddoppiate, senza dir
hora, in qual luogo, et in qual sillaba del madrigale si debbiano far'il
passagio, poi che sin qui, non iscrivo d'altro, che del modo d'acquista[41]re
la dispositione, et attezza della gorga. Ma perche poco anzi niente sodisfatto
si sentirebbe il discepolo, se dopò haver'acquistata la disposition della
gorga, con l'industria, et ordine sopradetto, non sapesse applicare, i passaggi
al madrigale, ò ad altra cosa che cantasse; per cio scrivendo qui sotto, questo
madrigale, ragioneró pi [sic. Ovviamente: di] molte regole, che sono a' cotal
proposito necessarie.
[58] E io
anchora sò, che questo madrigale è vecchio, ma l'hò voluto mettere solo per
essempio, accioche il buon cantante osservi in qual si voglia cosa che se gli
para inanzi da cantare, quei ordini, e regole ch'in questo osservate si
veggono; lequali accioche più chiaramente s'intendano; Ecco che da me si
scrivono.
La prima
dunque regola, è, che non si facciano passaggi in altri luoghi, che nelle
cadenze, per che cuncludendosi L'armonia, nel Cadimento, con molta
piacevolezza, vi si puo scherzare, senza disturbo de gli altri compagni; ma non
per questo, si prohibisce, che prima che s'arrivi alla cadenza non si possa
passare, da una ad un'altra nota, con qualche vaghezza, ò fioretto, si come di
passo in passo nel sopra stampato madrigale, osservato si vede in quei luoghi
però, dove si può comportare, e dove pare che stia bene.
La
seconda regola, è, che nel madrigale non si fac[59]ciano più di quattro, o
cinque passaggi, accioche l'orecchia gustando di rado la dolcezza; si renda
sempre più, d'ascoltar desiderosa. Il che non avvenirebbe, se' continuamente
passaggiando si cantasse, Percioche i passaggi di piacevoli, diventarebbono
noiosi, quando l'orecchia appieno satia ne divenisse; E questo ogni giorno
tenemo inanzi à gli occhi, poi che molti se veggono di coloro i quali senza
osservare semituoni, e bemolli, e senza ancho isprimere come stanno, le parole;
non attendono ad altro ch'a passaggiare, persuadendosi ch'inquesto modo,
l'orecchia s'addolcisca. Onde, perche divengono fastidiosi, sono da tutto'l
mondo biasimati.
La terza
regola è, che si debba far il passaggio; nella penultima sillaba della parola,
accioche, co'l finimento della parola, si finisca ancho il passaggio.
La quarta
è, che piu volontieri si faccia il passaggio nella parola, e sillaba dove si
porta la lettera, [60] o, in bocca co'l passaggio, che nell'altre; Et accioche
questa regola sia meglio intesa, hora la dichiaro, le vocali (com'ogniun sà)
sono cinque, delle quali, alcuna come è lo, u porta uno spaventevole tuono
all'orecchia; oltre che passaggiando con esso; pare appunto, rappresentare un
Lupo ch'ulula; Onde non posso se non meravigliarmi di coloro, quali nella prima
sillaba del madrigale ch'incomincia, Ultimi miei sospiri, fanno il passaggio,
non posso (dico) se non meravigliarmene; si per che non si deve in modo alcuno
passaggiando, entrare, e si anchora perche conquesta vocale s'aumenta lo
spavento, et ombra del tuono. Et alcuna, si come è lo, i, portandosi co'l
passaggio, rappresenta un'animaletto che si vada lagnando. per haver ismarrita
la sua madre; pure si può concedere ch'al soprano istia manco brutto il
passaggiare per lo, i, ch'all'altre voci. L'altre vocali che rimangono, si
ponno senza sempolo[4] portare,
pure fando fra loro comparatione, dico che l'o è la migliore, percioche con
essa si rende la voce piu tonda, e con l'al[61]tre, oltre che non cosi bene
s'unisce il fiato, perche si formino i passaggi, sembianti al ridere, pure non
istringendo tanto questa regola; mi rimetto al buon giudicio del cantante.
La quinta
regola è, che quando si ritrovano quattro, o cinque di conserto, mentre
cantano, l'uno debbia dar luogo all'altro; per che se, due o tre tutti in un
tempo passaggiassero, confonderebbono l'armonia. E di quanto in queste regole
si comprende, si vede manifesto essempio sopra scritto Madrigale.
[62] Io
penso finqui havere adempito quanto V. S. m'ha comandato; hora perche tutti i
musici, dopo d'havere à questi miei ordini ubbidito, sapranno da perloro
formare i passaggi, voglio qui sotto per loro sodisfatione e mia metterne
alcuni, i quali nel cantare, con qualche gratia riescano; dove terrò
quest'ordine; prima ponerò le cadenze; e dopò i passaggi (io dico i più belli)
perche se volesse mettere tutti quelli con i quali si può la cadenza variare,
empirei il foglio più tosto di passaggi da sonar, Che da cantare,
aggiongendovi, Vago augelletto passaggiato nell'aria sua[5]:
Cadenze, passaggi e madrigale Vago augelletto
[77] Sò
ben, io certissimo, che molti invidiosi giudicaranno questa mia nuova
inventione, non solo esser vana, ma anchora edificata sopra il falso. Vana
diranno, perch'il passaggiare viene dalla Natura, Falsa perche mentre i
passaggi si fanno molte falsità si commettono. Onde brevemente rispondo ch'è
ben vero che la dispositione della gorga viene dalla Natura, ma che senza
queste mie regole si possa apparare il modo del passaggiare, è pure impossibil
cosa, perche se la Natura da l'attezza l'Arte porge il modo, senza il quale non
si farebbe cosa alcuna buona, Anzi dico di più, che la Natura come madre
liberalissima, à tutti ha dato il modo di poter vincere quest'impresa (non
parlo hora di qualche scilinguato disgratiato e bastardo di lei, il quale non è
stato meritevole di questo dono). Ma perche non vogliono osservare e faticare
quanto vi bisogna, fando ingiuria à loro istessi, si riputano indegni di tal
virtù. E che ciò sia il vero disiderarei ch'i detti invidiosi lo provassero,
che sono certo che se togliessero tanta fatica, quanta è necessa[78]ria à
questi miei ordini accaparebbono quello che per la loro pigritia biasimano, se
pure non fossero eglino tanto disgratiati, che non fossero venuti al mondo per
altro, che per dir male. E brevemente rispondo ancora ch'è ben vero, che nel
passaggiare si fa qualche errore, ma perch'il passaggio con la sua velocità, e
dolcezza cuopre il difetto di modo che nè asprezza, nè falsità vi si conosse.
per questo non saprei ch'altro consigliare à questi invidiosi, se non che
tacciano, et imparino perch'in conclusione il vero modo di cantar cavaleresco,
e di conpiacere all'orecchia, è il cantar di gorga. E di questo parere anco è
il S. D. Gio. Domenico da Nola, il S. D. Gio. Ant. Filodo, il S. Stefano Lanno,
il S. Rocco e finalmente il S. Gio. Tomasso Cimelli, i quali oltre che
potrebbono un'altra volta riformar la musica quando ella fusse perduta, fanno
professione di modestia, di bonta, di virtù, e d'ogn'altra cosa ch'appartiene à
spirito angelico, e divino. Or sù, chi non la sà l'impari.
E per
dimostrare quanto sia buono l'animo, che [79] tengo di servire, et aiutare,
fino à scilinguati à questa bellissima impresa, ecco che soggiongo i più belli,
e sicuri rimedij per fare buona voce ch'ho potuto nella mia profession
raccorre.[6]
Assai
giovevole rimedio à far buona voce, è l'usare spesse volte gli argomenti, onde
Nerone alquale tanto dilettava la musica, non havea à sdegno (come riferisce
Suetonio tranquillo) l'usargli per potere più dolcemente poi cantare.
Buono
anco rimedio è il tenere una piastra di piombo nel stomaco, si come anco il
medesimo Nerone facea[7].
Ancora sono buone le sequenti pillole, massimamente quando la voce e guasta per
soverchia humidità, togliansi quattro fiche seche, levandone le scorze, e
togliasi una mezza dramma[8]
di calamento[9], e parimente
un scropolo[10] di gomma
arabica[11],
e pestisi ogni cosa insieme nel mortaio, e facciasi ballotte. delle quali se ne
tenerà una in bocca la notta continoamente, e 'l di. Ecco questo altro,
togliasi una drama di ligoritia[12],
e due d'incenso, e togliasi anco uno scropolo di safrano[13],
e pestando ogni cosa [80] insieme, e congiongendole con il rob[14]
di vino o d'uva si usarà poi appoco appoco. Il brodo del cavolo[15]
al medesimo effetto giova molto.
Et à
tutti questi non è inferiore rimedio per l'asprezza della voce il togliere la
cassia[16],
dico il mangiarla nel cannuolo, con il coltello, e parimente è molto approvato
rimedio il lochsano di Mesoe[17],
si come buono rimedio ancora è il gargarismo fatto con un poco di sandaraca[18],
et aceto squillitico[19],
et alquanto miele, e questo sia detto brevemente intorno alle cose ch'entrano
per la bocca quando il difetto della voce viene d'humidità nella gola che
quando si disiderasse rimedio per fuora, si potrà usare questo suffomiggio
senza entrare ad empiastri, unguenti, et altre ontioni per esser cose di molto
fastidio, e bruttezza. Togliasi, incenso sandaraca stirace[20],
calamento[21], e
mettendosi ne' carboni sene toglia il fumo per lo naso, e per la bocca. Et
quando per avventura per causo secca, la voce fosse cattiva, il che rare volte
avviene. Togliasi oglio violato[22],
e con esso si mescoli tanto zuccaro che l'uno, e l'al[81]tro divenga come
miele, e questo s'inghiottisca appoco appoco, e massimamente quando se và à
coricare sene toglia un cochiaro, et à questo proposito è buono ancora il brodo
di gallina. E le fiche seche con humidità molta[23].
Hò voluto brevemente sovvenire à chi tiene bisogno di rimedio, per mostrare
quanto io sia largo della professione, e d'ogni altra cosa mia, e bascio le
mano di V. S.
[1] I
numeri fra parentesi quadre, inseriti nel testo ripetono quelli delle pagine
dell'edizione originale.
[2] Il
Maffei espone qui una teoria fisiologica dell'emissione della voce, che, allo
stato attuale delle nostre indagini sull'argomento, non siamo in grado di dire
se e da chi fosse già stata formulata. È facile tacciare di ingenuità scientifica,
come accade, il nostro medico-filosofo-musicista. Prescindendo dal fatto che
per giungere alla comprensione della funzione vibratoria delle corde vocali
occorrerà giungere ad Antoine Ferrein (1693-1769), è invece interessante
osservare il procedimento logico attraverso il quale la medicina si sforza di
giungere alla comprensione del fenomeno. Non si dimentichi che non possono
esistere conoscenze fisiologiche senza la conoscenza di quelle anatomiche e
nell'anno 1562, nel quale il Maffei scrive la sua "Lettera....", sono
passati appena diciannove anni dalla pubblicazione degli "Humani corporis
fabrica libri septem" (1543) di Andrea Vesalio.
[3]
Dalla descrizione che il Maffei ora farà della laringe si capisce che egli
conosce perfettamente il trattato del Vesalio; anzi addirittura egli si avvale
delle parole dell'anatomico traducendole letteralmente, in parte, o riassumendo
le altre per brevità.
[4] È
in corso la ricerca per stabilire se la parola abbia un significato o se,
semplicemente, si tratti di un refuso. Nanie Bridgman scrive al suo posto: scrupolo,
ma avrebbe senso anche: scempio.
[5]
Sono pure in corso le indagini per individuare il madrigale originale, la cui
parte di soprano è stata passaggiata. Nanie Bridgman non ne fa parola e per
parte nostra fino a questo momento siamo soltanto in grado di dire con
sicurezza che non si tratta del sonetto di Francesco Patrarca –
Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) – musicato da Girolamo Scotto (Di
G. S. il primo libro de li madrigali a doi voci..., Scotto,
Venezia, 1551).
[6]
Dopo averci inconsapevolmente informati sullo stato delle conoscenze
sull'anatomia e la fisiologia della fonazione ai suoi tempi, il Maffei ci
fornisce ora quello sulla farmacologia.
[7]
Per un primo commento a questa affermazione si veda la comunicazione di Mauro
Uberti «Dell'esercizio
della voce, e prima della vociferazione e del canto» al colloquio
Hieronymus Mercurialis forlivensis, organizzato dal
Dipartimento di biologia animale e dell'Uomo dell'Università di Torino in
omaggio al primo medico dello sport,
Olimpiadi Invernali - Torino 26-28
gennaio.
[8]
«Antica misura di peso, equivalente all'ottava parte dell'oncia» (Grande
dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, Torino,
UTET, 1980-2004). «Oncia: Unità di misura di peso, già in uso nel sistema
ponderale siculo-italiota e adottata poi dai Romani, presso i quali equivaleva
a un dodicesimo della libbra; è stata conservata in Italia e in altri Paesi con
valori diversi, ma per lo più oscillanti intorno ai 30 g» (Battaglia, op.
cit.). Se ne deduce che la dramma aveva un peso corrispondente
a circa 3,75 g.
[9]
«Calamento o Calaminta, nome volgare della Satureia calamintha. Erba
aromatica delle Labiate, in due principali varietà (Satureia calamintha o Melissa
calamintha e Calamintha officinalis), usata
come condimento o per le sue proprietà officinali (depurative e lenitive)» (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini.
Per il suo uso nel medioevo cfr. appunto la voce calamento.
[10]
Scropolo o scrupolo. Unità di misura usata, dal Medioevo, in farmacia. Secondo
il Battaglia (op. cit.) corrisponde a g 1,296.
[11] «278.
Gomma arabica off. Acacia vera. Will. Mimosa
nilotica. Lin. cl. Poligamia. - 279. Gomma
arabica off. Acacia arabica. Will. Mimosa
arabica. Lin. - 280. Gomma Senegal off. Acacia
Senegalensis. Will. Mimosa Senegal. Lin. - La
gomma che trasuda da questi tre alberi è raccolta col solo nome di Gomma
Arabica. [...] Al pari di tutte le sostanze mucillaginose, la gomma arabica è
nutritiva ammolliente lenitiva e pettorale; si adopera perciò nelle
dissenterie, negli ardori delle vie urinarie, nella blenorragia, nella tosse,
nella raucedine» (Michele Tenore, Saggio sulle qualità medicinali della
flora napolitana, Napoli, Giornale Enciclopedico di Napoli,
1820). «Acacia senegal Willd., acacia del Senegal [...] In
farmacia la gomma arabica viene utilizzata come emolliente, bechico [= che
combatte la tosse e facilita l'espettorazione, n.d.r.], emulsionante e
protettivo della mucosa gastro-enterica» (Elena Maugini, Manuale di botanica
farmaceutica, Padova, Piccin, 1994).
[12]
«La liquirizia, ricca di glucidi (glucosio, sacd'osio, mannitolo e soprattutto
amido), contiene dei principi attivi appartenenti a tre categorie direrse:
saponoside a nucleo triterpenico (glicirrizina), flavonoidi e un principio
estrogenico scoperto recentemente. L'uso della liquirizia risale all'antichità.
Già Teofrasto la prescriveva contro le ulcere, l'asma e per preservare dalla
sete. I flavonoidi hanno un'aione antispasmodica, utile nelle ulcere gastriche.
La glicirrizina invece interviene nelle proprietà espettoranti e antitosse
della liquirizia. Ha anche azione cicatrizzante, antinfiammatoria, utilizzata
nel trattamento delle angine, delle emorroidi, dei granulomi e delle cisti
dentarie. La droga è anche dotata di attività estrogenica. [...] In farmacia
viene usata, sotto forma di estratto molle, come correttivo per mascherare
sapori sgradevoli, come bechico, espettorante e contro i bruciori di stomaco,
le gastriti e le ulcere gastriche» (E. Maugini, op. cit.).
[13]
Safràn o zafferano. Crocus
sativus. «Noto fino dall'antichità, lo zafferano è un eupeptico
[desta l'appetito e agevola la digestione, n.d.r.], uno stimolante nervoso e un
emmenagogo [= che ristabilisce o rende regolari le mestruazioni n.d.r.]. Questa
ultima proprietà lo fa utilizzare clandestinamente come abortivo» (E. Maugini, op.
cit., p. 479).
[14] «Il
Rob, overo robub (che robub li chiamano piu rob insieme nel numero del piu) ha
quella differenza dal siroppo: che quello è succo composto con mele, overo con
zuccharo, ò con materia altra simile (intendendo però di que' siropi, che vanno
fatti di succhi) & questo è succo semplice inspissato al Sole, ò al fuoco,
& venuto à quella consistenza, nella quale veggiamo la sappa [sappa = sapa,
mosto cotto e concentrato per mezzo dell'ebollizione, usato per lo più come
condimento (Battaglia, op. cit.)] essere ridotta dalle donne, ò altro, che la
faccia, nel cuocerla nel tempo dell'estate nelle vendemie, la cui sappa essa
ancora, come è noto, è detta rob, & assolutamente intesa per lo piu nobile
d'ogni altro, per la dignità del vino tra tutti i succhi: benche nella piu
parte de robub vi si mescoli del mele, ouero del zuccharo,o penidi, o cosa
altra simile, è ciò fatto a sola cagione, che li succhi si conservino, nè si
corrompino.»(Gierolamo Calestani, Delle osservationi di G. C. parmigiano
Parte seconda... Venezia, De Franceschi, 1580, p. 1).
[15] La
medicina popolare attribuisce alle foglie del cavolo (Brassica oleracea)
interessanti e curiose proprietà antinfiammatorie e cicatrizzanti; per esempio
la foglia contusa viene anche applicata sulle articolazioni dolenti. Oggi
sappiamo che il cavolo è ricco di vitamina C ed ha proprietà antiossidanti e
protettive nei confronti del complesso fenomeno della carcinogenesi.
[16] Cassia
fistula o Cassia in canna. Albero del genere Cassia, originario
dell'India e dell'Arabia, coltivato nelle regioni tropicali, specialmente nelle
Antille. La polpa nera del suo frutto (legume), depurata costituisce la polpa
di Cassia ad azione lassativa e decongestionante.
[17] Il
lochsano di Mesoe corrisponde al Loch Sanum di Mesuè il Giovane. Il Loch era un
elettuario con consistenza simile al miele che di solito veniva leccato per
ottenere una lenta assunzione. Mesuè il Giovane, famosissimo medico e
farmacologo contemporaneo di Avicenna (decimo secolo d.C.), scrisse un
antidotario che fu celebre per tutto il Medioevo ed il Rinascimento. Molte
preparazioni farmaceutiche da lui descritte furono usate sino all'inizio del
XIX secolo, tra queste anche due Loch: il Loch ad asma, a base di scilla,
marrubio, issopo, iris, mirra e zafferano; il Loch Sanum, a base di cinnamomo,
issopo e liquirizia. Col tempo le formule di questi Loch sono state
abbondantemente variate e complicate dai diversi autori di trattati di materia
medica, pertanto non è agevole conoscere esattamente le formule originarie.
Ecco la formula del Loch Sanum di Mesuè riportata nella usatissima Farmacopea
Universale di Nicolas Lemery nell'edizione parigina del 1761. «Prendete uva
passa,fichi secchi recenti, datteri ana once due - Una trentina di giuggiule e
di sebeste (frutti della Cordia sebestena L.) - Semi di fieno greco dramme
cinque - Semi di lino, di anice, di finocchio ana mezza oncia - Cannella, iris,
calaminta, liquirizia ana mezza oncia. - Fate bollire tutto questo in due pinte
di acqua sino a che essa si riduca alla metà. Cuocete questa colatura con due
libbre di zucchero d'orzo sino a consistenza di miele e poi aggiungete le
seguenti droghe polverizzate: Pinoli sbucciati dramme cinque - Mandorle dolci
sbucciate,liquirizia, gomma adragante, gomma arabica, amido, ana dramme tre -
Radici di iris dramme due - Un
pugno di foglie di issopo e di capelvenere. Di tutto ciò fate un Loch secondo
arte". (Centro di
Informazione sul Farmaco - Società Italiana di Farmacologia in
collaborazione col dott. Pierangelo Lomagno, storico della Farmacia).
[18] (Sandaracca,
sandracca, dall'arabo sandarus). Resina
ottenuta incidendo la corteccia di alcune Cupressacee (Callitris
quadrivalvis e Thuja
aphylla) e costituita per il 90% di acini resinacei, che si
presenta incolore ed è messa in commercio in lacrime e masserelle dure,
friabili, gialle, traslucide; è solubile in alcool, acetone, etere etilico e insolubile
in acqua, ed è usata in farmacia, per preparare lacche, vernici con l'alcool,
cemeti dentari e linoleum (Battaglia, op. cit.).
Sempre secondo il Battaglia, dice Zuccheo Bencivenni (Firenze, prima metà del
sec. XIV) nel Libro della consolazione delle medicine simplice solutive...
Nuovamente distincto, corretto e diligentemente revisto
(Venezia, 1521): «La sandaraca con lo aceto è di somma utilitate ». Dice
inoltre il Fasciculo di medicina vulgare (1494):
«De la rectificazion del aere... Suffumiga la tua camera la matina e la sera con
mastice, incenso, mirra terbertina, sandaraca, cipresso».
[19]
«Lo squillitico aceto si fa così. Togli la cipolla squilla e tienila per un dì
e per una notte in aceto e cuoci e cola.» (Piero de' Crescenzi, Trattato
dell'agricoltura di P. de' C. traslatato nella favella fiorentina... ridotto a
miglior lezione da Bartolomeo Sorio..., Verona, Vicentini e
Franchini, 1852, vol III, p. 348). Squilla: «Nome comune di alcune Gigliacee
[sic] appartenenti al genere omonimo [sic] e, in partic., dell'Urginea maritima
(o Scilla
maritima), nota anche come cipolla marina o scilla.» (Battaglia, op.
cit.)
[20] Stirace o storace
«Balsamo che si ricava in partic. dalla liquidambra (Liquidambar
orientalis) la cui corteccia viene bollita in acqua, spremuta
attraverso sacchi di crine in modo
da ottenere una resina liquida, di colore verde-grigio che, col tempo,si
ispessisce e diventa nera, gradevolmente profumata, usata in medicina per
curare alcune malattie della pelle
e come antiparassitario contro gli acari della scabbia e i pidocchi, e
in profumeria per fissare il profume delle essenze (Battaglia, op. cit.).
[21]
Calamento = Calaminta (Satureia
calamintha). «Del Calamento. Cap XXIIII. [(Calaminthe (in caratteri
greci)], Calaminthe, il calamento anche si chiama nepeta, è calda et secca in
terzo grado. Et n'è di due sorti, di quella delle pianure, et di quella de
monti. quella de monti è molto più efficace. ma contra la tosse et l'asma, et
contra il dolor freddo del stomaco, et contra il catarro frigido, che descende
dal capo: tollendo della sua polvere in un ovo, ò bevendo la sua decottione.
contra al descendimento de l'uvole, si faccia gargarismo di di questa con
aceto...» (Bartolomeo Boldo, Libro della natura et virtù delle cose che
nutriscono..., Venezia, Guerra, 1576).
[22] «I
fiori [di viola (Viola odorata)] contengono tracce di
acido salicilico, mucillaggini, pigmenti antocianici, olio essenziale
costituito da aldeidi ed alcoli alifatici non saturi. La radice contiene dei
saponosidi ed un alcaloide (odoratina = triacetonamina) che avrebbe proprietà
ipotensive. I fiori sono emollienti [attenuano e calmano l'infiammazione
aumentando l'idratazione dei tessuti infiammati e diminuendo certe sensazioni
moleste (es. senso di bruciore nella laringe, necessità di tossire, ecc.)] e
bechici. In profumeria viene usata l'essenza dei fiori e delle foglie. Le
radici sono espettoranti e, ad alte dosi, emetiche [provocano il vomito]
(Maugini, op. cit.).
[23] È
da osservare che il Maffei non cita ancora fra le erbe utili alla voce
l'erisimo (Sisymbrium officinale), che oggi è considerato
l'erba dei cantanti per antonomasia. Questa pianta, infatti, era già conosciuta
e utilizzata nell'antichità, ma fu accuratamente studiata soltanto nel XVI
secolo e, verosimilmente, il nostro non la considerava ancora degna di essere
presa in considerazione.