IL RECITATIVO DELLE ORIGINI:
CAVALIERI, PERI
E CACCINI
Comptes rendus du Colloque
Récitatif et
déclamation théâtrale en Europe aux XVIIe et XVIIIe
siècles.
Université de Tours, 18-19
septembre 1998.
Parlare del recitativo delle origini
nei limiti ristretti di una comunicazione è come pretendere
di dare brevi cenni sull'infinito, ma si dà il caso che,
essendo un musicista pratico, in vista del quarto centenario del
melodramma io abbia da curare l'esecuzione di almeno una delle tre
«opere in musica» dell'anno 1600 e che pertanto abbia
l'interesse professionale di mettere a punto delle griglie di
lettura ad uso mio prima ancora che degli esecutori che
dovrò guidare. E' come dire che se, a loro tempo, il poeta
ed il musicista hanno costruito il loro discorso facendosi carico
rispettivamente della dispositio e dell'elocutio, a
me, musicista di quattro secoli dopo, incombe il compito di
ritrovare i modi della pronuntiatio più opportuni. Se
il codice di comunicazione adottato nella pronuntiatio o,
meglio, nell'actio teatrale non sarà coerente con
quelli della dispositio e dell'elocutio la
comunicazione diminuirà, diminuirà la comprensione e
interverrà la noia.
E' di questo che desidero parlare e a
questo fine mi è parso che convenisse prendere le mosse
dalla rivisitazione delle dedicatorie e delle prefazioni delle tre
opere. L'ordine in cui esaminerò gli argomenti sarà
quello che mi pare più conveniente per trarne le indicazioni
di prassi esecutiva, che mi interessano a fini pratici.
Delle tre «opere in
musica», indicando tutte e tre col termine che il Cavalieri
usa per definire la sua Rappresentatione di Anima, et di
Corpo1, proprio questa
è la più ricca di indicazioni sulla prassi in quanto
dotata dell'ampia epistola di Alessandro Guidotti «A'
Lettori». L'indicazione più generale che se ne
può trarre mi pare quella relativa allo spazio
d'ascolto:
«Gli stromenti siano ben sonati, e più, e meno in numero secondo il luogo, ò sia Teatro, overo Sala, quale per essere proportionata à questa recitatione in Musica, non doveria esser capace al più, che di mille persone, le quali stessero à sedere commodamente, per maggior silentio, e soddisfattione loro: che rappresentandosi in Sale molto grandi, non è possibile far sentire à tutti la parola, onde sarebbe necessitato il Cantante à forzare la voce, per la qual causa l'affetto scema; e la tanta Musica, mancando all'udito la parola, viene noiosa».Il limite di essere «capace al più, che di mille persone» non basta a stabilire con ragionevole approssimazione quali potessero essere le dimensioni di una simile sala; occorre tener conto, infatti, dell'ingombro dell'abbigliamento del tempo. Se, tanto per avere un riferimento sicuro, esaminiamo le incisioni (fig. 1: 51k) che illustrano Nobiltà di Dame, il trattato di danza pubblicato a Venezia nello stesso anno 2, ci rendiamo conto che, per quanto in Italia gli abiti soprattutto quelli femminili avessero linee più sobrie (si fa per dire) che in Francia e in Spagna, una dama seduta doveva occupare pur sempre una superficie superiore al metro quadrato e il suo cavaliere non molto di meno; motivo per cui l'occupazione media di un metro quadrato di spazio per persona è una valutazione prudenziale. Se poi teniamo il conto degli ambulacri necessari al passaggio di mille personaggi così abbigliati, dobbiamo convenire che duecento metri quadrati sono una valutazione inferiore al reale e che, tuttavia, sommati ai mille occupati dagli stessi accomodati in poltrona, danno come risultato mille e duecento metri quadrati; il che è come dire una sala di almeno trenta metri per quaranta. Non so a quale sala romana potesse riferirsi il Guidotti, ma è certo che, pur indicando questa capacità come limite massimo, egli lascia capire che la Rappresentatione è concepita per un pubblico numeroso e per un ambiente piuttosto vasto.
«Et al dì detto a ore 24, avendo S.A. fatto ordinare una pastorale per dare un poco di gusto con piacere a' sudetti signori, et avendo fatto invitare un bel numero di gentildonne, montorno su nella sala detta del sig. Don Antonio, et fu detta Comedia fatta et cantata in musica guidata da Giulio Caccini romano, musico di S.A.S., nominata la Euridice del sig.re Ottavio Rinuccini; et durò ore due con grandissimo gusto di S.A. et de' suddetti signori; et fatta questa ogniuno fu licenziato e andorno alle case loro».E' evidente che gli ambienti in cui furono rappresentate le due Euridici implicano di per sé un uso più intimo della voce e modi di recitazione più rivolti alla ricerca di sfumature espressive.
« ... : volendola dico rappresentare, par necessario, che ogni cosa debba essere in eccellenza, che il cantante abbia bella voce, bene intuonata, e che la porti salda, che canti con affetto, piano e forte, senza passaggi, & in particolare, che esprima bene le parole, che siano intese, & le accompagni con gesti, & motivi non solamente di mani, ma di passi ancora che sono molto efficaci à muovere l'affetto».Tralasciando l'ovvia preoccupazione che la voce sia «bella», «intuonata», «salda» e «che il cantante ... esprima bene le parole», nemmeno la richiesta che egli «canti con affetto, piano e forte» si presenta come novità in quanto è una raccomandazione già ricorrente in tutta la trattatistica cinquecentesca; anzi, l'osservazione che «il passar da uno affetto all'altro contrario, come dal mesto all'allegro, dal feroce al mite, e simili, commuove grandemente» appare come la naturale continuazione dell'ampia letteratura di precetti sull'argomento, pubblicata da Federico Mompellio ormai venticinque anni fa in un famoso articolo 7. Le richieste nuove ed importanti sono piuttosto altre due: «che canti ... senza passaggi» e «che ... accompagni [le parole] con gesti, & motivi non solamente di mani, ma di passi ancora che sono molto efficaci à muovere l'affetto».
«L'uomo che è fuori di sé dalla gioia non si serve più di vocaboli perché non ne trova nel suo vocabolario e nella sua mente; la sua voce allora erompe senza articolare parola e, mentre manifesta la gioia che gli tumultua dentro, fa vedere che non ci sono espressioni umane che la possano significare».Agostino parlava di gioia, ma, mutatis mutandis, il discorso può essere ripetuto identico per tutti gli affetti; compito del cantore è quello di leggere fra le note e le parole per dare ai melismi l'intonazione teatrale corretta. Dal punto di vista fonetico i melismi, gli abbellimenti, le diminuzioni, ecc. hanno invece il valore prosodico di accenti melodici di tipo verbale in quanto costituiscono una vera e propria modulazione in frequenza della nota o della sequenza di note alle quali sono sostituiti offrendo pertanto un'altra chiave di lettura del testo musicale.
L'esecuzione del recitativo,
però, esattamente come l'actio teatrale non implicava
soltanto una pronuntiatio di tipo oratorio più o meno
ricca di passaggi, ma anche un'opportuna gestualità.
Nell'epistola «Ai Lettori» Alessandro Guidotti chiede
«che ... [il cantante] accompagni [le parole] con gesti,
& motivi non solamente di mani, ma di passi ancora che sono
molto efficaci à muovere l'affetto». Nel 1608 Marco da
Gagliano sarà alquanto preciso nel descrivere la
gestualità della sua Dafne
11 (o almeno quella del Prologo):
« ... esca il Prologo, cioè Ovidio, avvertendo d'accompagnare il passo al suono della sinfonia, non però con affettazione, come se ballasse, ma con gravità, di maniera tale ch'i passi non siano discordanti dal suono; arrivato al luogo dove gli par conveniente di dar principio, senz'altri passeggiamenti cominci; e sopra tutto il canto sia pieno di maiestà, più o meno secondo l'altezza del concerto gesteggiando, avvertendo però ch'ogni gesto e ogni passo caschi su la misura del suono e del canto; ... ».E' di poco posteriore 1616 il trattato di Giovanni Bonifacio 12 che descriverà minuziosamente la gestualità dell'epoca.
«Il Choro dovrà stare nel Palco parte à sedere, e parte in piedi, procurando sentir quello che si rappresenta, e tra di loro alle volte cambiar luoghi, & far motivi; & quando havranno da cantare, si levino in piedi per puoter fare li loro gesti, e poi ritonare à luoghi loro».Ciò che importa a noi è che questo segno è una vera e propria nota di regìa o, se si preferisce, un suggerimento al regista che dà senso alle innumerevoli pause ricorrenti nella partitura. Esso, inoltre, indica con precisione i luoghi in cui «dare varietà»:
«Il passar da uno affetto all'altro contrario, come dal mesto all'allegro, dal feroce al mite, e simili, commuove grandemente».Le pause musicali del recitativo hanno dunque il valore di pause teatrali. Peri e Caccini, pur non rinunciando a questo artificio, conducono il loro discorso in modo più oratoriale, con lunghe frasi musicali che ricalcano il discorso poetico.
Tornando ad occuparci della
rappresentazione degli affetti nelle tre prime opere in musica,
prendiamo ora in esame le prefazioni delle due Euridici.
Nella sua, Caccini anticipa ciò che
tornerà poi ad esprimere nella più nota prefazione a
Le Nuove musiche:
«Nella qual maniera di canto ho io usata una certa sprezzatura, che io ho stimato che abbia del nobile, parendomi con essa di essermi appressato quel più alla natural favella ... non avendo mai nelle mie musiche usato altr'arte che l'imitazione dé sentimenti delle parole, toccando quelle corde, più o meno affettuose, le quali ho giudicato più convenirsi per quella grazia che si ricerca per ben cantare».Aggiunge inoltre che «lo stile e la maniera» dell'Euridice è lo stesso «di tutte l'altre mie musiche che son fuori in penna, composte da me più di quindici anni sono in diversi tempi». «Sprezzatura» e «grazia» sono due tratti estetici, propri di Caccini, che ricompariranno nell'epistola «A i lettori» delle Nuove musiche:
«musiche di quella intera grazia ch'io sento nel mio animo risonare»e:
«mi venne pensiero introdurre una sorte di musica, per cui altri potesse quasi che in armonia favellare, usando in essa (come altre volte ho detto) una certa nobile sprezzatura di canto».Che cosa egli intenda per «sprezzatura» lo dirà poi soltanto nel 1614 ripubblicando le Nuove musiche:13
«La sprezzatura è quella leggiadria la quale si dà al canto co 'l trascorso di più crome e semicrome sopra diverse corde, co 'l quale, fatto a tempo, togliendosi al canto una certa terminata angustia e secchezza, si rende piacevole, licenzioso e arioso».Per il Peri, invece, i canoni estetici di riferimento sembrano essere «gravità» e «dolcezza» e nella Dedicatoria dice:
« ... il signor Ottavio Rinuccini, e nell'ordinar e nello spiegar sì nobile favola, adornandola tra mille grazie e mille vaghezze, con maravigliosa unione di quelle due che sì difficilmente si accompagnano: gravità e dolcezza, ha dimostrato d'esser'al par de' più famosi antichi, poeta in ogni parte mirabile».Nella «Prefazione», però, troviamo indicazioni più specifiche per l'interpretazione del suo recitativo, soprattutto se la si legge alla luce delle attuali conoscenze di fonetica prosodica; ma, dato che sto parlando a dei francesi, per rendere il mio discorso più chiaro è forse il caso che metta in evidenza alcune caratteristiche della prosodia italiana.
« ... mi diedi tutto a ricercare l'imitazione che si debbe a questi poemi [degli antichi Greci e Romani]; e considerai che quella sorte di voce, che dagli antichi al cantare fu assegnata ... potesse in parte affrettarsi, e prender temperato corso tra i movimenti del canto sospesi e lenti, e quegli della favella spediti e veloci, et accomodarsi al proposito mio ... avvicinandosi all'altra del ragionare ... Conobbi, parimente, nel nostro parlare alcune voci intonarsi in guisa che vi si puo fondare armonia, e nel corso della favella passarsi per altre molte che non si intuonano, finchè si ritorni ad altra capace di movimento di nuova consonanza. Et avuto riguardo a que' modi et a quegli accenti che nel dolerci, nel rallegrarci et in somiglianti cose ci servono, feci muovere il basso al tempo di quegli, or piu or meno, secondo gli affetti, e lo tenni fermo tra le false e tra le buone proporzioni, finchè, scorrendo per varie note, la voce di chi ragiona arrivasse a quello che nel parlare ordinario intonandosi, apre la via a nuovo concento». 16La lettura di queste parole e della partitura alla luce di acquisizioni fonetiche come quelle sopra riportate apre prospettive di ricerca, che in una comunicazione come questa possono essere soltanto accennate e che dovrebbero essere rivolte preliminarmente ai modi della recitazione in prosa. Mi limito a dire che, fondamentalmente, Peri riesce a contenere l'estensione delle melodie cantabili entro limiti confrontabili con quelli della melodia prosodica per mezzo di abili spostamenti di intonazione delle singole proposizioni all'interno del periodo nonché con l'uso accorto delle funzioni tonali per ottenere a volta a volta effetti di affermazione, di sospensione, di esclamazione, di interrogazione, ecc. Ne consegue che, dei recitativi delle tre prime opere in musica, il suo è quello che abbisogna maggiormente di una ricostruzione sapiente dell'accentuazione prosodica per ritrovarne la piena comprensibilità e, quindi, la godibilità ma che esso è anche quello a cui il termine «recitativo» si addice di più. Del resto già Pietro de' Bardi aveva detto:
«Il Peri aveva più scienza, e trovato modo con ricercar di poche corde, e con altra esatta diligenza, d'imitare il parlar familiare, acquistò gran fama. Giulio ebbe più leggiadria nelle sue invenzioni».17Cercando ora di concludere e tornando al mio interesse di musicista pratico, di cui dicevo all'inizio del discorso, mi pare che, allo stato attuale delle conoscenze, si possano individuare con relativa sicurezza soltanto poche caratteristiche fondamentali, distintive della prassi esecutiva delle tre opere:
Per adesso, mancando - come manca -
tutta questa ricerca preliminare, il musicista pratico non
può fare altro che affidarsi alla propria intelligenza
musicale e risolvere di battuta in battuta i problemi che ogni nota
gli pone. E così dovrò fare io.
Forse non sono arrivato a grandi
risultati, ma come dicevo all'inizio, parlare del recitativo delle
origini nei limiti di una comunicazione è come pretendere di
dare brevi cenni sull'infinito.
Lavoro svolto nell'ambito del progetto di ricerca CNR 92.02434.CT15.
1 CAVALIERI, Emilio de', Rappresentatione di Anima, et di Corpo, Mutij, Roma, 1600 (ed. anastatica: Gregg, Farnborough, 1967).
2 CAROSO, Marco Fabrizio, Nobiltà di Dame, Presso il Muschio, Venezia, 1600 (ed. anastatica: Forni, Bologna, 1997) p. 310.
3 UBERTI, Mauro, Vocal techniques in Italy in second half of the 16th century, Early Music, London, October 1981, pp. 486-493.
4 PERI, Jacopo, Le musiche di Jacopo Peri nobile fiorentino sopra l'Euridice del Sig. Ottavio Rinuccini, Marescotti, Firenze, 1699 (ed. anastatica: Forni, Bologna, 1979).
5 CACCINI, Giulio, L'Euridice composta in musica in stile rappresentativo..., Marescotti, Firenze, 1600 (ed. anastatica: Forni, Bologna, 1968).
6 TINGHI, Cesare, Diario delle feste medicee (1600-1637), ms, in TESTI, Flavio, La musica italiana nel Sekento. Il melodramma, Bramante, Milano, 1970, p. 91.
7 MOMPELLIO, Federico, «Un certo ordine di procedere che non si può scrivere», in Scritti in onore di Luigi Ronga, Ricciardi, Milano-Napoli, 1973.
8 Anche se di mezzo secolo prima, la dichiarazione più esplicita sulla connotazione espressiva dei passaggi è probabilmente quella del Vicentino: «sono alcuni cantanti che agli oditori dimostrano il suo poco giudizio et poca considerazione quando cantano, et che ritrovano un passaggio mesto lo cantano allegro et poi per il contrario quando il passaggio è allegro lo cantano mesto» (in VICENTINO, Nicola, L'Antica musica ridotta alla moderna prattica, Barre, Roma, 1555 [ed. anastatica: Bärenreiter, Kassel, 1959], lib. IV, cap. XXXXII, f. 94r, segnato per errore come f. 88.)
9 CACCINI, Giulio, Le Nuove Musiche di Giulio Caccini detto Romano, Marescotti, Firenze, 1601 (ed. anastatica: VATIELLI, Francesco, a cura di, Reale Accademia d'ltalia, Roma, 1934).
10 AGOSTINOAURELIO, Commento ai salmi 99 e 32, in PASSALACQUA, Cosma, Biografia del Gregoriano, Nuova Accademia Editrice, Milano, 1963, p. 54.
11 GAGLIANO, Marco da, La Dafne, Christofano Marescotti, Firenze, 1608, in SOLERTI, Angelo, Le origini del melodramma, Bocca, Torino, 1903 (ed. anastatica: Forni, Bologna, 1969), p.76.
12 BONIFACIO, Giovanni, L'Arte de' cenni, con la quale formandosi favella visibile, si tratta della muta eloquenza, che non è altro che un facondo silenzio, Grossi, Vicenza, 1616.
13 CACCINI, Giulio, Nuove Musiche e Nuova Maniera di scriverle, con due arie particolari per Tenore che ricerchi le corde del Basso, nelle quali si dimostra che da tal Maniera di scrivere con la pratica di essa si possano apprendere tutte le squisitezze di quest'Arte senza necessità del Canto dell'Autore; adornate di Passaggi, Trilli, Gruppi e nuovi affetti per vero esercizio di qualunque voglia professare di cantar solo, Pignoni, Firenze, 1614 (ed. anastatica: SPES, Firenze).
14 MALMBERG, Bertil, Manuale di fonetica generale, Il Mulino, Bologna, 1977 (ediz. originale: Manuel de fonétique générale, Picard, Paris, 1974), p. 80.
15 CARTON, Fernand, Introduction à la phonétique du français, Bordas, Paris, 1974, p. 92.
16 Op. cit., Epistola «A Lettori».
17BARDI Conte di Vernio, Pietro de', Lettera a G B. Doni sull'origine del melodramma (1634), in SOLERTI, Angelo, Le origini del melodramma, Bocca, Torino, 1903 (ed. anastatica: Forni, Bologna, 1969), p. 146.