Lapidi romane a Breolungi
Un angolo di romanità a Mondovì
L'Unione Monregalese, 4 febbraio 1988
Forse non tutti lo sanno, ma anche Mondovì ha il suo angolo di romanità. Mi riferisco alle lapidi romane custodite presso la Pieve di S. Maria di Breolungi. Ne ha parlato a suo tempo Gino Mondino, nel libro "Brigodorum, oggi Breolungi" (Mondovì, 1976); vi ha fatto un rapido, ma simpatico accenno il professor Ernesto Billò, nel recentissimo "Mondovì fuori porta" (Mondovì, 1987); ne parliamo ora, in questo breve articolo senza pretese, al solo scopo di farle conoscere.
La più caratteristica, e probabilmente la più importante, è la lapide in marmo bianco, dedicata alla "Dea Vittoria " in ringraziamento per la vittoria sui Liguri ribelli, ottenuta da Viccius Narcissus. Alta cm. 58 e larga cm. 27, porta la seguente iscrizione: "Sacrum Victoriae. C. Viccius Narcissus v(otum) s(olvit) l(aetus) l(ibens) m(erito)": (Viccius Narcissus sciolse volentieri e meritatamente il suo voto alla dea Vittoria). Fu ritrovata da don Giuseppe Carlod, primo parroco delta ricostituita parrocchia di Breolungi, il 10 ottobre 1863, nel mezzo del fiume Pesio. Attualmente è collocata sul davanzale di una finestrella a circa 4 metri di altezza, sulla parte destra della facciata della chiesa parrocchiale.
Altrettanto degna di menzione, soprattutto per la bellezza artistica che la distingue, è la lapide tombale della famiglia "Plundianius". Costituita anch'essa di marmo bianco, alta cm. 112 e larga cm. 48, è incorniciata da due lesene, con capitello corinzio, reggenti un'architrave composta da tre fasce. È caratterizzata da un bassorilievo raffigurante un carro trainato da un cavallo, sormontato dalla seguente iscrizione: , C. Petronius P.f. Cam(ilia) Plundianius sibi et Mettiae C.f. Tertiae uxori, C. Petronio Maximo f., C. Petronio Severo f., P. Petronio firmo f., T. Petronio Sexto f.".
Questa pietra tombale, che denota la presenza di un patriziato locale, fu ritrovata nel 1863, mentre si demoliva la muratura massiccia che serviva da piede al vecchio pulpito. Era tutta rovinata dalla calce che la ricopriva e perciò fu fatta pulire accuratamente da don Carlod, dimostratosi ancora una volta appassionato e colto "umanista".
Attualmente è infissa al muro delta facciata della parrocchiale, così come una terza lapide, in pietra scistosa, alta cm. 137 e larga cm. 53 purtroppo in pietose condizioni di conservazione, perché usata in passato come scalino di ingresso alla chiesa.
Reca un'iscrizione assai difficile da interpretarsi, essendo le lettere quasi totalmente consumate. Secondo il parere degli esperti, pare comunque che debba leggersi così; "V(ivus) f(ecit). (.) Comini M.f. Cam(ilia) Maxsumi (sex) vir(i) (.) ).
Oltre alle tre menzionate lapidi di chiara età romana, giova ricordare, per completare il quadro, altri interessanti reperti, che testimoniano la presenza e la cultura dei Liguri. Si tratta di due pietre scistose lavorate a bassorilievo, anch'esse inserite nel muro della facciata della chiesa, sotto il portico. L'una è caratterizzata da alcuni bassorilievi raffiguranti, nella parte superiore, un'ara votiva e tre alberi e nella parte inferiore, due buoi con contadino nell'atto di arare. L'altra, invece, è contraddistinta da un disco centrale raffigurante, a bassorilievo, un sole a otto raggi. Con tutta probabilità questa lapide era dedicata al "Dio Sole". I Liguri, infatti, risentivano, nella loro tradizione religiosa, delle influenze celtiche e dedicavano il loro culto agli astri, simboli delta fecondità e della vita.
Nei 1871 le lapidi di Breolungi furono addirittura visitate dal grande filologo e archeologo tedesco Theodor Mommsen (1817-1903), dirigente a Berlino del "Corpus inscriptionum latinarum", poi redattore dei "Monumenta Germaniae Historica". La notizia ci è fornita da un breve trafiletto de "Il Vasco" (8 aprile 1871, anno 3° n. 28): "Il 3 aprile 1871 it Cav. Mommsen di Berlino visitò le lapidi di Breolungi. Arrivò col treno delle 7,15 e si mantenne in benevola conversazione con il Parroco e con gli amministratori per circa un'ora. Accettò un rinfresco... e ripartì per Mondovì col treno delle 9". Se la visita del Mommsen fece notizia, chi studio più di ogni altro le lapidi dell'antica "Brigodorum" fu un carissimo amico di don Carlod, it prof. Francesco Muratori, il quale le illustrò nel libro "Iscrizioni Romane dei Vagienni", stampato a Torino nel 1869. È a questo scritto, così come al fondamentale "Inscriptiones Italiae" (Roma 1948, nn.64ss.) di A. Ferrua, che rimandiamo, per una conoscenza e uno studio più approfondito di queste lapidi dell'antica "Brigodorum", che, esposte all'azione degli agenti atmosferici, necessiterebbero forse di un'ubicazione meno infelice.
Luciano Ghigo